Mio figlio ha la febbre, ma non quando gioca

Parliamo di un argomento caldo, caldissimo: la febbre. Come siete messe dalle vostre parti? Qui da noi le ultime due settimane sono state un’ecatombe, sia alla scuola materna che alle elementari. Classi dimezzate e personale a terra. Un virus terribile che ha creato problemi di stomaco, febbre alta o placche alla gola. Ora alcuni sopravvissuti stanno tornando a scuola.

Le mamme sanno bene che quando i loro figli si svegliano malati sembrano non soffrire particolarmente questa condizione. Rimangono a casa da scuola e non ci pensano nemmeno a infilarsi sotto le coperte con la tapparella abbassata, come vorremmo fare noi adulti. La giornata procede come fosse una domenica e le famiglie, rassegnate, si organizzano pacificamente per aggiustare i loro impegni in funzione dell’imprevisto.

 

Il grande inganno

Diverso, invece, è quando un figlio viene portato a scuola sano e, più o meno verso l’ora di pranzo, telefona la maestra per dire che il bimbo sta male e vuole tornare a casa. I genitori, chi con maggiore, chi con minore difficoltà, si adoperano per andare a recuperare il figlio. Questo si presenta rosso in volto e mezzo piegato su se stesso. Le sue gambe hanno improvvisamente l’agilità di quelle della nonna, ci mette due giorni a infilarsi il cappotto e altri due per arrivare all’uscita. Povero cucciolo! Si infila in macchina e sta lì, abbacchiato, silenzioso perché non ha voce, con la testa appoggiata al finestrino. Starà cercando refrigerio per la fronte bollente? Anche trascinarlo sulle scale di casa è un’impresa, perché sembra davvero stanco. “Mi metto un po’ in divano con una copertina”. Dopo 3 minuti: “Posso accendere la TV mentre mi riposo?”. “Si tesoro, ma a volume basso. Non vorrei che le tue povere orecchie malate fossero ferite da suoni troppo violenti”.

Passano altri 3 minuti e, sarà stata qualche radiazione emanata dalla coperta Made in China o qualche frase motivazionale pronunciata dai Guerrieri della Galassia, ma il bambino pare completamente guarito. Abbandonato lo stile “verme”, è tornato ad assumere la posizione eretta. Gli occhi sono aperti e individuabili nel volto, il rossore meno evidente. Riprende ad avere espressioni facciali, movimenti fluidi della mani (sul telecomando o sul controller di un videogioco) e della lingua: “Mammaaaaa, ho seteeee!”.

A quel punto la mamma fa capolino in salotto, guarda la scena e inizia a sentirsi leggermente presa in giro. “Questo è tutto il tuo star male? Il motivo che mi ha fatto mollare il lavoro, la mia vita, la mia libertà per venire a prenderti a scuola?? Io ti porto a casa e tu devi soffrire, non puoi stare lì tutto felice!”.

Fermiamoci perché, da qui in avanti, ogni mamma proseguirà con il proprio stile educativo, facendo spallucce o lanciando una ciabatta (ma voi l’avete mai fatta sta cosa della ciabatta? Sembra divertente!!). Cerchiamo di capire assieme se le nostre sensazioni sono giuste o se, forse, possiamo vedere le cose da un punto di vista differente.

 

Stare in classe è bello?

Sì, se stai bene. Ma, pensate a voi stesse. Sareste felici di trovarvi in ufficio o in pieno supermercato se aveste addosso anche un piccolo malessere? In caso di mal di testa vorreste silenzio attorno a voi; in caso di disturbi intestinali, la confortante presenza del vostro water; in caso di febbre, una coperta e un cuscino morbido. Vorreste tranquillità, nessuno che vi venga addosso, che vi chiami, che vi dica che c’è qualcosa da fare. Quando state male, volete la solitudine. Secondo voi “classe” e “solitudine” vanno d’accordo? Certo che no! La classe è solitamente un ambiente rumoroso, troppo caldo (sia in estate che in inverno) e, giustamente, non è un salotto.

Ricordo bene quando, quasi 5 anni fa, ero ricoverata per il mio secondo cesareo. Le cose non sono andate tutte lisce. Ho avuto un’emorragia e questa mi ha costretta a rimanere alcuni giorni in più in ospedale. Frustrante da morire: volevo andare a casa, volevo stare in piedi per mio figlio, volevo che smettessero di tastarmi la pancia con i loro strumenti perché faceva troppo male. Piangevo e avevo tutti quei simpatici ormoni in circolo, quelli che, a seconda di come gira, può finir male. Avevo dolori ovunque, soprattutto nel punto dell’epidurale. Quando finalmente mi hanno dimessa, per tutto il viaggio in macchina verso casa continuavo a sentire come un cacciavite infilato nella spina dorsale e sempre i soliti ormoni mi stavano mandando in paranoia.

Sono arrivata a casa. Mi sono seduta sulla poltrona. Vedendo il salotto il mio cervello si è riconnesso con la realtà, si è dato due sberle da solo e si è detto: “O, è finita, sveglia!!”. Passato tutto! Certo, ero fisicamente provata, ma l’umore è schizzato su nel giro di 3 minuti e sono ripartita con le mie faccende di mamma.
3 minuti. Il tempo che impiegano i vostri figli per sentirsi subito meglio quando rientrano a casa.

 

TV e videogiochi sono anestetizzanti?

Ma il sospetto è che non sia solo la rassicurante immagine della loro camera o del salotto a farli riprendere.

Facendo una ricerca online sull’argomento TV, videogiochi e gestione del dolore, troverete molti articoli che raccontano quanto possa essere utile, in caso di malessere, spostare l’attenzione dal dolore verso altro. Il cervello è realmente in grado di far percepire al nostro corpo meno fastidio quando guardiamo la TV, ma anche quando leggiamo un libro, dipingiamo, cantiamo o, in generale, facciamo qualcosa che ci piace.

 

Un videogioco al giorno, leva il medico di torno?

Sia gli adulti che i bambini che soffrono di un dolore acuto o cronico, immergendosi nella realtà virtuale di un videogioco possono ricevere beneficio e sollievo”. Queste sono le parole degli scienziati del Keck School of Medicine presso l’University of Southern California (Usa). “La realtà virtuale produce un effetto modulante che è endogeno, per cui l’influenza come analgesico non è semplicemente il risultato della distrazione, ma può anche avere un impatto su come il cervello risponde agli stimoli dolorosi. L’attenzione è rivolta al gioco e non al dolore o la procedura medica. L’esperienza della realtà virtuale coinvolge la visione e altri sensi».

Quello che capiamo da queste righe è che, sì, la TV e altre cose distraggono il cervello, alleviano il corpo dal dolore e dallo stress (guardatevi il video qui a destra “5 Ways Games Can Relieve Stress“), ma i videogiochi sanno andare oltre, lavorano verso quest’obiettivo meglio e più in profondità.

Quello che potrete scoprire leggendo tutto quello che è stato pubblicato sull’argomento, è che già da diversi anni medici e scienziati sono passati dalla teoria alla pratica. Dopo aver svolto un’adeguata sperimentazione, i videogiochi e, in particolare, i visori VR, sono stati integrati in molti contesti ospedalieri, come strumento unico o complementare per la terapia del dolore, ma anche come strumento di supporto in fase di riabilitazione fisica e mentale.

L’influenza dei videogiochi sul cervello, infatti, non è da sottovalutare, come ci racconta Alessandro Bruni in quest’articolo scritto per everyeye.it. “Tanto per cominciare, i videogiochi sono in grado di ottimizzare, a diversi livelli, l’utilizzo delle proprie risorse mentale (percezione, attenzione, memoria) per risolvere problemi o prendere decisioni in tempi rapidi”, dice Bruni. “Lo sviluppo delle attività videoludiche comporta anche una diminuzione funzionale dell’impulsività, anche in circostanze in cui la gran parte degli stimoli visivi richiede una risposta immediata.”.

Insomma, leggetevi tutto l’articolo, che è veramente completo e ben fatto. Vi aiuterà a riflettere su queste 3 cose:

1. i videogiochi impattano pesantemente sul cervello dei vostri figli
2. quindi approfittate di questo per aiutarli a crescere. Dosate i videogiochi con sapienza e non fate loro la guerra
3. no, i vostri figli non vi stavano prendendo in giro. Sono davvero guariti (o almeno così gli dice il cervello!)

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