Riccardo Romiti: dalla Toscana alla Cina per il suo sogno

Mentre voi siete a casa o in ufficio a leggere il mio articolo, c’è un ragazzo di 16 anni che dalla Toscana è partito per la Cina. Starà via qualche giorno e non è solo, è in compagnia della sua mamma.
E’ andato lì perché da tempo insegue un sogno, quello di essere un campione nello sport che ama.

Di strada ne ha già fatta tanta. Nato con un talento particolare, fin da piccolissimo ha partecipato a competizioni di un certo livello e all’estero ha tenuto alta la bandiera del nostro Paese. Nel tempo ha guadagnato soldi, gloria e notorietà. Ma le grandi sfide lo attendono sempre in oriente, in Cina, Giappone e in Corea, perché è lì che si trovano tutti i grandi campioni di questo sport. Ragazzi acclamati dalla folla e dai giornalisti, vere e proprie star nazionali, idoli e modelli di riferimento per i coetanei. Campioni capaci di riempire da soli interi palazzetti e con i quali Riccardo non ha affatto paura di confrontarsi.

Nuoto? Atletica leggera? Pattinaggio? Quale sarà mai lo sport nel quale eccelle Riccardo Romiti? E perché il suo nome non vi dice (probabilmente) nulla? Perché Riccardo pratica uno sport che dal 2019 in Cina è considerato addirittura una professione, mentre in Italia non è nemmeno riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale. Riccardo è un giocatore professionista di videogiochi, di esports per la precisione.

Gli esports non sono solo il tennis virtuale, Fifa o ping pong. Nella categoria degli esports rientrano tutti i videogiochi, anche Fortnite. La differenza fra vostro figlio sul divano e un giocatore professionista? La stessa che c’è fra il bimbo che gioca a calcio nel parco cittadino e il bimbo prodigio che, notato da un procuratore, inizia ad allenarsi seriamente, a partecipare alle competizioni e a far vincere la propria squadra. La squadra di Riccardo Romiti è la GamersOrigin, il suo sponsor la Redbull e il suo pallone si chiama Starcraft2. Insomma, son bravi tutti a dare due calci al pallone, ma pochi diventano Ronaldo.

 

I videogiochi sono uno sport?

A qualcuno sembrerà strano che le parole “videogiochi” e “sport” possano convivere, perché nell’immaginario da sempre associamo alla parola “sport” quello che ha a che fare con il movimento, la fatica e il sudore. Ma devo ricordare a tutti la definizione di sport: “Attività che impegna, sul piano dell’agonismo oppure dell’esercizio individuale o collettivo, le capacità fisico-psichiche, svolta con intenti ricreativi ed igienici o come professione”.

Ora, se non avete mai approcciato i videogiochi capisco lo sgomento. Ma se ci avete provato almeno una volta, vi sarete accorti che prontezza di riflessi, logica e coordinazione sono 3 requisiti fondamentali per affrontare con successo qualsiasi titolo vagamente competitivo. Se siete dei gamers incalliti, invece, saprete bene che per i videogiochi si può sudare, esultare, piangere e urlare, da soli o in compagnia. Cosa distingue tutto questo da altri sport e, soprattutto, cosa distingue gli esports dagli scacchi? Gli scacchi, infatti, sono considerati ovunque, e anche in Italia, uno sport vero e proprio, con tanto di pacca sulla spalla da parte del Comitato Olimpico Internazionale.

Dal 2014 esiste un’Associazione, la GEC (Giochi Elettronici Competitivi), che gestisce e regolamenta tutte le competizioni relative agli sport elettronici e che nel 2018 contava 65.000 atleti tesserati e 1250 tornei organizzati sul territorio nazionale. Esiste un’apposita pagina della Gazzetta dedicata al mondo degli esports, esistono tornei sold out, soldi e turismo che girano attorno a questi eventi… eppure, in Italia l’opinione dei più rimane quella: giocare ai videogiochi è solo una perdita di tempo, roba da sfigati.

Possiamo finirla qui? Possiamo smettere di avere paura di tutto quello che non conosciamo e di criticarlo a priori? Possiamo iniziare a fare il tifo per ragazzi come Riccardo Romiti che, in questo momento, stanno lottando con le unghie (anzi, con i polpastrelli) per raggiungere un sogno e un traguardo importante? Possiamo riempire le nostre lacune in materia di esports e dare la giusta considerazione a chi ci mette impegno?

In questi giorni ho avuto la possibilità di parlare con il padre di Riccardo, Massimo Romiti. Una breve intervista prima della partenza per raccontare su ZENDA quello che lui e suo figlio stanno vivendo da un punto di vista diverso: quello di un altro genitore. Facendo qualche ricerca online potrete, infatti, trovare tantissime interviste al padre di Riccardo “Reynor” Romiti, ma sono quasi sicura che questa sia la prima che gli è stata fatta da una mamma!

 

4 domande a Massimo Romiti

L’immagine che scegliamo per rappresentarci nei profili social, racconta molto di noi.

Massimo, in un articolo tuo figlio è stato definito il “calabrone” degli esports. Nato in una nazione – l’Italia – dove sono ancora pochi quelli pronti a scommettere sugli esports, Riccardo non lo sa e “vola” comunque. Vola verso le competizioni internazionali, vola verso le grandi opportunità, vola verso i traguardi personali. E vola anche in faccia ai coreani, andando a dare fastidio ai campioni più blasonati. Il tutto con una leggerezza e una solarità tipica più delle farfalle. Tutto questo è nato da un fortuito susseguirsi di eventi o c’è stato un momento in cui hai capito che c’era un’occasione da cogliere? Come faccio a capire se anche mio figlio è pronto per diventare un videogiocatore professionista?

La definizione di “Calabrone” credo sia un parallelismo molto azzeccato. Tutto è iniziato per divertimento, ben presto la dimensione di Riccardo non è stata più italiana, ma internazionale, altrimenti avrebbe fatto molta fatica ad emergere, sopratutto in quel periodo.
Ha iniziato a giocare molto presto, Riccardo aveva 8 anni e mezzo quando ha comprato il gioco [StarCraft2 n.d.r.], molti bambini andavano su giochi più semplici, lui invece ha voluto fortemente un gioco altamente impegnativo, forse era un segno, ma già a 10 anni alcune persone più esperte di me della scena competitiva, mi hanno fatto notare che non era normale che a quell’età, avesse già un livello così alto, ed hanno cominciato a seguirlo.
Lui è sempre stato il primo a crederci, non accettava di perdere, mai, neanche da giocatori molto più forti di lui. Questa mentalità secondo me è imprescindibile se vuoi diventare il migliore, accettare le sfide, perdere, rialzarsi e cercare di migliorare, mai abbattersi, ma soprattutto, mai evitare i confronti con i migliori.
Poi chiaramente ci vuole anche del talento, ma quello si vede subito se c’è o meno. Mentalità e talento, senza una di queste due caratteristiche non vai da nessuna parte, a volte si può rimediare con il lavoro, ma rimarranno dei limiti invalicabili.

Immagino che, come spesso succede in questi casi, Riccardo ora abbia l’approvazione e il consenso di tutti quelli che gli gravitano attorno. Ma come sono stati i primi anni? Che ne pensava la scuola, che ne pensavano i nonni (solitamente molto sospettosi sui videogiochi) e gli altri genitori? Come avete affrontato i commenti negativi?

Queste sono domande, che sono anche delle risposte, è verissimo. I primi anni sono stati molto duri, i pregiudizi erano molto pesanti, a scuola alcuni professori lo supportavano, altri molto meno, addirittura lui è stato tirano in mezzo come esempio negativo, perché era l’eccezione che riusciva a guadagnare giocando e poteva portare sulla strada sbagliata gli altri ragazzi. I nonni lo stesso, è sempre stato difficile parlarne in famiglia senza che ci fossero espressioni di malcontento sulle loro facce. Adesso devo dire che i nonni sono i primi tifosi. E’ stato sempre molto fastidioso sentire certi commenti, ma noi abbiamo sempre vigilato su nostro figlio. Le persone parlano perché non lo conoscono, altrimenti non lo farebbero. La situazione è molto diversa da quello che pensano.

Ho letto che il rapporto di Riccardo con i videogiochi è molto equilibrato: vengono dopo la scuola, dopo i compiti, dopo gli amici e dopo la famiglia. Si allena al massimo 4 ore al giorno, ma solo quando c’è un torneo a cui partecipare. Qual è il segreto di quest’impeccabile scala di valori? Si tratta di un’imposizione portata avanti a suon di urla e Parental Control o, piuttosto, di un sistema che getta le sue fondamenta nella fiducia e nel rispetto reciproco? Che consiglio daresti alle tante mamme che non riescono a tenere le redini della situazione?

Il Venerdì ed il Sabato sera non si toccano, esce con gli amici, e così anche alcuni pomeriggi durante la settimana, ci tiene moltissimo. Ha le sue priorità e guai a toccargliele! È una cosa venuta da lui, non abbiamo imposto niente. È un po’ pigro per lo sport, ma lo sarebbe stato comunque, ma tutto non si può avere. Non siamo mai dovuti intervenire con lui. La cosa assurda è che siamo più noi che gli ricordiamo di allenarsi in prossimità di un torneo importante.
Devo dire che innanzitutto Starcraft è un gioco impegnativo, stancante sia mentalmente che fisicamente e più di un tot ore è controproducente starci, non puoi allenarti da stanco a questo gioco. Probabilmente in altre realtà come giochi per team dove occorre un amalgama di squadra c’è la necessità di più tempo.
E’ successo a suo fratello di soffrire di una certa dipendenza su un altro gioco, si vede che si fa fatica a farlo smettere. Appena ci si riesce, tende ad essere irrequieto per tornare a giocare, si abbassano i voti e si fatica a farlo uscire, a quel punto si deve intervenire, nel mio caso con fermezza, ma chiaramente credo che questa sia una cosa altamente soggettiva.
Comunque giocare con loro sarebbe una ottima soluzione, permette di capire meglio e di essere più vigile sulla situazione. Purtroppo questo non sempre è possibile, visto i tanti impegni che abbiamo da adulti.

Lo so, mancano ancora 2 anni alla fine del liceo. Ma Riccardo ha già deciso cosa fare da “grande”? Sta pensando a una carriera legata in qualche modo al settore dei videogiochi o è interessato a intraprendere nuove strade?

Intanto si diplomerà in Informatica. Sinceramente credo che un settore in enorme espansione come è questo, serberà un posto di lavoro anche per lui. Immagino che la sua strada sarà questa, conoscere bene la lingua inglese gli sarà di grande aiuto.

 

Ma cosa sono gli esports?

Se volete approfondire il tema esports, vi consiglio la pagina Facebook di Simone Trimarchi, amico di Massimo Romiti e altra persona che ha saputo trasformare la passione per i videogiochi in lavoro. Trimarchi è stato il primo a viaggiare, nel 2001, in direzione Corea per partecipare, assieme ai compagni della nazionale italiana, ai World Cyber Games. Nella sua carriera da professionista è stato più volte campione ma abbastanza presto si è fatto notare anche per le sue doti di ottimo comunicatore. Oggi Simone Trimarchi è un relatore, un presentatore, uno youtuber, un commentatore, un videomaker, uno scrittore e, soprattutto, un giornalista di successo impegnato a scrivere di esports, in modo limpido ed entusiasta. Lavora per testate importanti, come La Gazzetta, EveryEye, Wired e TGCom24 e in ogni suo pezzo, grande o piccolo che sia, potrete leggere tutto l’amore, la passione e il rispetto che ha per il mondo dei videogiochi e per chi ne fa parte.

Forse è per questo che ha accettato di dedicare un po’ di tempo a ZENDA e a voi che mi seguite. Ma lo ha fatto anche per lanciare un messaggio. Trimarchi, infatti, ha trovato il tempo per diventare anche un ottimo padre, innamorato dei suoi due bambini di 7 e 4 anni. Sa bene che il livello di disinformazione sui videogiochi in Italia è ancora molto alto, così come la paura di gestire in modo sbagliato le richieste dei più piccoli. Quello che segue è il suo consiglio spassionato per tutti noi genitori e, personalmente, ne condivido anche le virgole.

 

Simone Trimarchi per ZENDA

Mi rendo conto, da tempo, di essere un animale strano… soprattutto agli occhi degli altri genitori.
40 anni, laureato, professionista, una moglie (quest’anno 10 anni di matrimonio), due figli uno alle elementari e uno ancora alla materna… e gamer.
Già, gamer incallito. Quando esco a cena con i genitori dei compagni di mio figlio, magari più grandi di me (solitamente sono tutti più grandi di me, povera Italia) e con figli più grandi dei miei, l’argomento principale è Fortnite e come riuscire a staccare i ragazzi dalla console. Io solitamente sorrido, pensando a quando mio padre, trentanni fa, cercava disperatamente di farmi giocare meno tempo possibile e mi nascondeva l’alimentatore del Commodore64 nel suo armadio: lo trovavo sempre.

Giocare con i videogiochi per me è sempre stata una grande passione e, quando poi ho giocato per competere nel neonato fenomeno dell’esport di cui tanto si parla oggi, si è trasformato in qualcosa di più. Starcraft rischiava di non farmi finire l’università, sognavo davvero di diventare un professionista del joystick (anche se si gioca con mouse e tastiera, visto che è su PC), e invece mi sono messo a scrivere e a raccontare storie. Mi ci vedo meglio, ed è andata bene.

Tornando alle cene con i miei colleghi genitori, il leit motiv è sempre lo stesso: “Videogiochi che fanno male”, “Ragazzi dipendenti dalla console”, “Gli stacco la connessione io così non gioca”, ecc, ecc, ecc.
Quando scoprono chi sono e che lavoro faccio, solitamente però, mi ascoltano. E io dico SEMPRE e SOLO una cosa: “Ma avete mai provato a giocare ai videogiochi con i vostri figli? A capire cosa li stimoli?”. Ovviamente la risposta è sempre negativa: nessuno si interessa mai di cosa fanno questi ragazzi, con un distacco non solo generazionale ma tecnologico che mette i brividi. Vedo genitori capaci solamente a criticare senza cercare di capire, senza neanche sforzarsi. Esistono libri, studi, riviste, pubblicazioni scientifiche e chi ha più ne metta per identificare nel videogioco un alleato all’educazione e non un nemico. Qualcosa che migliora il cervello dei nostri bambini non che lo rovina. Una passione capace di trasformare l’intrattenimento da passivo ad attivo, utilizzando il cervello e assolutamente non spegnendolo.

Nessuno però ha minimamente chiara questa situazione e un intero medium gigantesco, capace non solo di raccontare storie ma anche di essere uno “sport” per la mente, un libro di scuola (succede negli states con Minecraft), uno strumento di cura (succede in Germania per i bambini autistici) e così via, viene visto come il male. E’ come il treno per gli indiani: sbuffa fumo quindi è il diavolo.

Fortunatamente non tutti i genitori sono così. Gabriella di ZENDA e Massimo, che avete conosciuto nell’intervista qui sopra, hanno cercato di conoscere il videogioco e capirlo, così da poter aiutare i loro figli in una scelta consapevole del titolo al quale appassionarsi. Perché non ho mica detto che i videogiochi sono solo buoni e cari: la dipendenza esiste e ci sono chiari segni che te ne fanno accorgere, la violenza c’è e i bambini non dovrebbero essere esposti ad essa. Ma senza conoscere minimamente i prodotti come fanno i genitori ad aiutare i figli e ad aiutare se stessi? Non possono, semplice.

Gabriella ha un blog in cui parla proprio di questo e Massimo… beh, Massimo è un amico, un padre gamer come me (che mi deve ancora una pesante rivincita, non mollo: ricorda!) e una persona straordinaria che ha capito che se avesse accompagnato i suoi figli in questo percorso avrebbe potuto far bene a tutta la famiglia. E così è stato, visto che uno dei più forti giocatori AL MONDO di Starcraft2 è suo figlio, Riccardo Romiti (16 anni).
E chissà magari un giorno anche Francesco e Luca (7 e 4 anni, i miei tesori) potranno seguire le mie orme come giocatori consapevoli e abbracciare questa grande passione nel modo giusto perché il loro papà, anziché lavorare troppo o chiacchierare su WhatsApp, li sfida a Super Mario ogni giorno… perdendo, tra l’altro.

 

Un’ultima cosa…

Massimo, mi pare doveroso raccogliere il guanto di sfida. A quando la prossima partita con Simone e, soprattutto, di quale videogioco stiamo parlando?

Ho 47 anni e se Simone è un animale strano, io penso di essere un vero e proprio Extraterrestre. Nonostante abbia qualche annetto più di lui, gli consiglio di allenarsi a dovere se veramente vuole una rivincita perché così non ce la può fare. Ovviamente si parla di Starcraft 2, un gioco che mi ha cambiato la vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *